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BRACCONAGGIO AL FALCO PECCHIAIOLO: IL CORPO FORESTALE DELLO STATO E’ INDISPENSABILE PER PREVENIRE E REPRIMERE I REATI. LIPU A IL GIORNALE: “SENZA VIGILANZA OLTRE 20MILA RAPACI A RISCHIO BRACCONAGGIO OGNI ANNO SULLO STRETTO DI MESSINA”

23/06/2008

“Senza l’intervento ogni anno del Corpo Forestale dello Stato sul versante calabrese dello Stretto di Messina i 20mila rapaci in migrazione tra aprile e maggio sarebbero a rischio di abbattimento da parte di migliaia di bracconieri”. E’ la risposta della LIPU-BirdLife Italia a un articolo apparso oggi su Il Giornale nel quale viene presentato come uno spreco di denaro pubblico le risorse che lo Stato investe ogni anno in uomini e mezzi per prevenire e reprimere i numerosi reati ai danni dei rapaci in migrazione, in particolare del Falco pecchiaiolo. Lo Stretto di Messina – precisa la LIPU – è uno dei siti più importanti dell’intero bacino del Mediterraneo grazie al passaggio, tra aprile e maggio, di oltre 16mila esemplari di Falco pecchiaiolo cui si aggiungono 800 di Falco di palude e 660 esemplari di Nibbio bruno e altre migliaia di uccelli appartenenti ad altre specie di rapaci. I rapaci sono protetti fin dal 1977 con la legge nazionale n. 968 e dal 1979, a livello comunitario, grazie alla Direttiva “Uccelli”, e dunque qualsiasi atto di violenza nei loro confronti è da ritenersi illegale. “Negli ultimi 25 anni – dichiara Elena D’Andrea, Direttore Generale LIPU – il bracconaggio al Falco pecchiaolo, grazie all’intervento delle associazioni e del Corpo Forestale dello Stato, si è fortemente ridotto ma ancora non è stato eliminato. Ma se un domani lo Stato non inviasse più in Calabria gli agenti del Corpo Forestale dello Stato – prosegue D’Andrea - saremmo costretti a fronteggiare di nuovo gravissime stragi di rapaci. L’Italia ha una grandissima responsabilità a livello internazionale nella protezione di questo immenso e prezioso patrimonio naturalistico, ed è giusto che lo Stato investa una parte di risorse per proteggerlo adeguatamente”. Un altro problema che aggrava la situazione del bracconaggio a specie protette – sottolinea la LIPU – è quello delle sanzioni: ormai il bracconaggio è un reato contravvenzionale. Chi uccide un’Aquila reale, per esempio, può chiedere al giudice di essere ammesso al pagamento di un’oblazione e se la cava con una semplice multa di poche centinaia di euro. I controlli attuali vanno mantenuti – prosegue la LIPU - ma occorre anche modificare la legge, prevedendo pene più severe per chi uccide specie protette. “Nel caso della Calabria – prosegue D’Andrea – abbiamo a che fare con credenze e tradizioni anacronistiche. Dobbiamo dunque affianacare ad azioni repressive un intervento culturale. Solo così sarà possibili un ripristino definitivo della legalità”. Va infine sottolineato – conclude la LIPU - che spesso a Reggio Calabria il Corpo Forestale dello Stato si trova costretto a fronteggiare criminali pronti a tutto, i quali utilizzano armi rapinate ai cacciatori nel corso della stagione regolare di caccia, dopo averle nascoste in campagna, con la matricola cancellata, in attesa del passaggio dei falchi



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